Le rotture del Novecento: Stravinskij, Schönberg, Bartók

Storia della musica · Verso il mondo moderno (1880–1950) · Livello 4 · 17 min

All'inizio del XX secolo l'Europa attraversò un'accelerazione senza precedenti: elettricità, automobili, aeroplani, cinema, poi la Prima guerra mondiale. Le arti cercavano nuovi linguaggi: il cubismo di Picasso, l'astrazione di Kandinskij, la psicoanalisi di Freud a Vienna. In musica tre figure incarnano tre rotture diverse: Schönberg mise in discussione la tonalità, Stravinskij fece del ritmo una forza bruta, Bartók andò nei villaggi a cercare una musica più antica dell'Europa dei salotti.

Schönberg: la fine della tonalità

Per quasi tre secoli la musica occidentale si era fondata sulla tonalità: una nota centrale (la tonica) e accordi che creano tensione e poi si risolvono. In Wagner, Mahler o Strauss il cromatismo aveva teso il sistema al punto che sembrava sul punto di cedere. Arnold Schönberg (1874–1951), viennese, cominciò nel solco tardoromantico, poi fece il salto intorno al 1908–1909: la sua musica divenne atonale, senza tonica e senza gerarchia tra le note. Nel 1912 Pierrot lunaire introdusse una voce a metà tra canto e parlato, chiamata Sprechgesang.

Per organizzare questa libertà, all'inizio degli anni Venti Schönberg mise a punto il metodo dodecafonico: le dodici note della scala cromatica sono disposte in un ordine fisso, la serie, che fornisce il materiale per tutta l'opera. I suoi allievi Alban Berg (l'opera Wozzeck, presentata nel 1925) e Anton Webern (brani di estrema concisione) formarono con lui quella che viene chiamata la «Seconda scuola di Vienna». Un esempio di serie e di come manipolarla compare nella lezione Il Novecento.

Stravinskij: lo shock del ritmo

Igor Stravinskij (1882–1971), russo, allievo di Rimskij-Korsakov, scrisse per i Ballets Russes di Sergej Djagilev a Parigi tre balletti che lo resero celebre: L'uccello di fuoco (1910), Petruška (1911) e La sagra della primavera. La prima della Sagra, il 29 maggio 1913 al Théâtre des Champs-Élysées, provocò un tumulto rimasto leggendario. Ciò che sconvolse: accordi martellati, accenti imprevedibili, metri che cambiano quasi a ogni battuta, brevi melodie tratte dalla musica popolare russa ripetute come incantesimi.

Ecco il principio dei metri cangianti, in un esempio scritto per questa lezione (non una citazione): la pulsazione di base (la croma) resta fissa, ma i gruppi si allungano e si accorciano senza preavviso.

M:2/4
L:1/8
Q:1/8=240
K:C
!>!c2 e g | [M:3/8] !>!f e d | [M:2/4] !>!c B c d | [M:5/8] !>!e2 !>!d c B | [M:3/8] !>!c3 |]

In Petruška Stravinskij sovrappone anche due tonalità lontane (si parla di politonalità). L'idea è facile da provare al pianoforte: la mano destra suona un accordo di Fa diesis maggiore, la mano sinistra un accordo di Do maggiore (un esempio generico):

M:4/4
L:1/4
Q:1/4=90
%%staves {RH LH}
V:RH clef=treble
V:LH clef=bass
K:C
[V:RH] ^c ^A ^F ^A | ^c2 ^f2 |]
[V:LH] [C,E,G,]2 [C,E,G,]2 | [C,E,G,]4 |]

Dopo la guerra Stravinskij cambiò rotta: con Pulcinella (1920) rivisitò la musica del Settecento con armonie moderne. Era il neoclassicismo, seguito anche da Prokof'ev, Poulenc e Hindemith. Stravinskij si reinventò per tutta la vita, adottando perfino la tecnica seriale negli anni Cinquanta.

Bartók: la musica popolare in profondità

Dal 1905 Béla Bartók (1881–1945) percorse le campagne di Ungheria, Romania e Slovacchia, spesso con l'amico Zoltán Kodály, portando con sé un fonografo a cilindri di cera. Registrò migliaia di canti contadini e li trascrisse con precisione scientifica. Vi trovò modi antichi, ritmi asimmetrici (metri di 5, 7 o 9 tempi) e melodie che non avevano nulla a che vedere con le arie «ungheresi» da salotto in voga nell'Ottocento. Questo materiale nutrì tutta la sua produzione: le Danze popolari rumene, il Mikrokosmos per pianoforte, i sei quartetti d'archi, il Concerto per orchestra (1943).

Un'epoca plurale. Nello stesso periodo si aprirono altre strade: negli Stati Uniti Charles Ives sovrapponeva bande e inni religiosi; Edgard Varèse scrisse Ionisation (1931) per sole percussioni; Prokof'ev e Šostakovič componevano in Unione Sovietica sotto l'occhio vigile dello Stato; Gershwin portò il jazz in sala da concerto; Villa-Lobos unì Bach e la musica brasiliana.

Che cosa ascoltare

  • L'atonalità (Schönberg, Berg, Webern): nessuna nota «di casa» a cui tutto ritorna; intervalli tesi, gesti espressivi fortemente contrastati.
  • Il ritmo motorio (Stravinskij, Bartók): accenti spostati, metri cangianti, ostinati testardi, percussioni in evidenza.
  • I colori popolari (Bartók, Kodály): modi antichi, brevi melodie ripetute, ritmi di danza irregolari.
  • Il neoclassicismo: forme antiche (suite, concerto grosso), tessiture chiare, ma accordi che «stridono» volutamente.
Diritto d'autore: alcune di queste opere sono ancora protette in molti paesi (Stravinskij è morto nel 1971, Schönberg nel 1951). Per questo la lezione le descrive senza citarle; ascoltale in concerto o in registrazione.

Da ascoltare

  • Stravinskij: La sagra della primavera, Petruška, L'histoire du soldat.
  • Schönberg: Verklärte Nacht (ancora tonale), Pierrot lunaire; Berg: Concerto per violino.
  • Bartók: Danze popolari rumene, Musica per archi, percussioni e celesta, Concerto per orchestra.

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